Prima neve del 2009...
mercoledì 4 novembre 2009
 
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La fiera delle vanità - William M. Thackeray
venerdì 3 ottobre 2008
La fiera delle vanità - William M. Thackeray



Autore: William M. Thackeray Titolo: La fiera delle vanità Titolo Originale: Vanity Fair Traduzione di: Anna Banti Editore/Anno: Newton & Compton, 2004 Pagine/Prezzo: 672, € 7,00

"Ah Vanitas Vanitatum! Chi di noi è felice in questo mondo? Chi di noi raggiunge quello che desiderava, o avendolo raggiunto, è soddisfatto? Venite, ragazzi, riponiamo baracca e burattini: la commedia è finita." [explicit]

Maestoso romanzo ottocentesco, originariamente pubblicato a puntate, riscosse un successo tale da spaventare l'allora incontrastato re dei romanzi a puntate, Charles Dickens. Un onnisciente e anonimo narratore ci racconta la Fiera delle Vanità, ovvero il bel mondo dell'Inghilterra post Napoleone, dove però l'ambientazione geografica e sociale è solo indicativa, in quanto pare che l'intera umanità appartenga alla favolosa Fiera.

Il racconto viene imperniato sulle vicissitudini di due ragazze che a inizio romanzo abbandonano insieme l'Istituto per Signorine di Miss Pinkerton, percorrendo fin da subito itinerari molto diversi: Amelia, giovane di buona famiglia, sta tornando a casa dopo l'istruzione d'obbligo mentre Rebecca, figlia di un artista squattrinato e di una ballerina francese (entrambi deceduti) sta lasciando l'Istituto dove ha lavorato come istitutrice diretta a una casa di signori, dove continuerà a svolgere lo stesso lavoro.

Mentre Amelia, di enorme buon cuore, dedicherà ossessivamente il suo amore prima al marito e poi al figlioletto, impedendosi di vedere qualunque cosa non abbia a che fare con loro, Rebecca non riesce ad affezionarsi a nessuno, nemmeno ai membri della propria famiglia, mentre utilizza tutte le sue - innumerevoli - risorse allo scopo di farsi introdurre nel bel mondo pur essendo di oscure origini e priva di qualsiasi fonte economica. Accanto a queste due eroine si muovono innumerevoli coprotagonisti o personaggi secondari che vengono straordinariamente ben delineati, anche grazie alla notevole mole del romanzo, dovuta, come spesso accade con questo genere di libri, alla pubblicazione a puntate.

Thackeray, che spesso si rivolge direttamente ai lettori, predica una morale alla rovescia, invitandoli ad eccellere nelle arti praticate dagli spregiudicati protagonisti del libro. La conclusione dell'autore è che il mondo è governato dall'avidità e dalla rincorsa al successo (senza che questi obiettivi, una volta raggiunti, possano essere fonte sicura di felicità) e che tutti vengono valutati esclusivamente in base alla propria nascita e alla quantità di denaro (o di sfoggio di denaro) posseduto. Gli stessi difetti e pregi vengono rovesciati a seconda dell'appetibilità sociale della persona a cui appartegono. Sono pochissimi i personaggi che si salvano, o che percorrono una strada di redenzione passando dalla superficialità all'onesto pentimento e al tentativo di recupero.

Come già notato da parecchi altri anobiani, la lettura di questo libro (anche se poderoso) si rivela particolarmente piacevole non solo per il linguaggio fluente e per una trama ricca di colpi di scena, ma anche per la sua incredibile attualità. Escluso forse il merito di nascita, tutti gli altri valori negativi che vengono sfoggiati alla Fiera delle Vanità sono ancora attualissimi, e per questo il romanzo continua a rivestire una particolare importanza per il lettore.

Unico neo: spesso e volentieri i personaggi marginali si rifanno a personaggi noti all'epoca dello scrittore. Ovviamente, pur essendo ferratissimo in storia, il lettore attuale perde quel senso del "gossip" che sicuramente provava il lettore a puntate contemporaneo di Thackeray.

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Casa Howard - Edward Morgan Forster
giovedì 31 luglio 2008
Casa Howard - Edward Morgan Forster



Autore: Edward Morgan Forster Titolo: Casa Howard Titolo Originale: Howards End Traduzione di: Enrico La Stella Editore/Anno: Newton & Compton, 2003 Pagine/Prezzo: 247, € 5,00

Casa Howard racconta la storia di tre famiglie che intrecciano le loro esistenze in modo decisamente romanzesco. In mezzo a loro, fatale (in modo diverso) per tutti, sta proprio casa Howard.
Margaret, Helen e Tibby Schlegel sono i componenti di una famiglia inglese di origini tedesche. Rappresentano l’anelito alla libertà, alle pari opportunità, alla cultura.
I Wilcox sono invece una famiglia borghese, profondamente radicata in quella cultura del lavoro che in quel periodo cambiò così tanto la società con la sua energia e la sua forza. I Wilcox sono associati alla nascente tecnologia e al commercio.
La terza fascia sociale è rappresentata dai Blast, umiliati non solo economicamente e culturalmente ma anche emotivamente.
Mentre i Blast rappresentano lo “scarto” sociale che deriva dalla dominazione dei ricchi e dal nuovo ordine economico, gli Schlegel e i Wilcox rappresentano due filosofie opposte di vita. I Wilcox rappresentano il nuovo, la filosofia del cambiamento, dello spostamento. Casa Howard (e Ruth, la moglie di Henry Wilcox, alla cui famiglia Casa Howard appartiene da secoli) è invece il simbolo della tradizione, di una vita ancora campagnola e della permanenza nello stesso luogo di una stessa famiglia. Mentre i Wilcox sono persone pratiche e disinteressate all’introspezione e alle emozioni più private, gli Schegel credono fortemente nel valore dell’emotività e dei sentimenti. Le sorelle Margaret e Helen sembrerebbero basate sulle figure di Virginia Woolf e di sua sorella, entrambe appartenenti al gruppo di Bloomsbury.

Margaret è la persona che nel romanzo cerca di conciliare le due forze rappresentate rispettivamente dalla sua famiglia e dai Wilcox. Intuisce che anche questi ultimi possiedono una forza benigna e positiva che non va rifiutata. Contemporaneamente i Wilcox devono realizzare la presenza di una vita intima anche in loro stessi, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Questo scambio e questo sincretismo vengono descritti dall’azione di connettere e simboleggiati dalla riverita casa Howard.
Sebbene nel romanzo appaia abbastanza chiaro che questa conciliazione non è più possibile, non del tutto perlomeno, e nonostante la modernità e l’esuberanza industriale incombano come nuvole nere lungo tutta la storia, il libro ci presenta la possibilità di un’Arcadia di notevole fascino e rimane pertanto ai miei occhi un libro positivo e ottimista.
Nel saggio che dedicò a tutti i romanzi di Forsters, Virginia Woolf scrive che, nonostante Casa Howard sia notevolmente migliore rispetto ai precedenti, ancora manca qualcosa. La Woolf vede i protagonisti principali (Helen, Margaret, Henry, Leonard) un po’ ingessati nel loro ruolo didattico. Costoro rappresentavano per Forster la prova del nove della teoria che stava sostenendo, e pertanto il loro comportamente doveva essere coerente con le sue idee. Al contrario i personaggi minori, liberi di svilupparsi senza guide (Tibby, la signora Munt) sono notevolmente più vivaci e reali. Forse per questo i lettori di Casa Howard spesso ne resistono il fascino e lo giudicano noioso.

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La masseria delle allodole - Antonia Arslan
lunedì 21 luglio 2008
La masseria delle allodole - Antonia Arslan



Autore: Antonia Arslan Titolo: La masseria delle allodole Editore/Anno: Bur, 2007 Pagine/Prezzo: 233, € 10,00

Allo scoppio della Pima Guerra Mondiale l'Impero Ottomano si schiera con gli imperi centrali. Il partito dei Nuovi Turchi al governo teme che gli armeni (una minoranza di fede cristiana) possano allearsi con la Russia (la stessa Russia incoraggiava gli armeni alla ribellioni offrendo il proprio aiuto, allo scopo di destabilizzare l'Impero Ottomano per poi approfittarne e allargare i propri confini territoriali). Così inizia una politica di repressione e deportazione che sfocia in un vero e proprio genocidio, a tutt'oggi negato dalla Turchia (dove parlare di genocidio armeno è reato: Orhan Pamuk è stato denunciato proprio per questo motivo, anche se poi le accuse sono cadute), atteggiamento che è la maggior causa di frizione con la Comunità Europea (in Francia da qualche tempo è reato negare il genocidio armeno).

Antonia Arslan in questo romanzo ci racconta la storia -vera - della sua famiglia. Armeni che vivevano in Anatolia, in una "piccola città" mai nominata. Solo alcuni di essi riusciranno a sopravvivere e a raggiungere i parenti che da anni vivono in Italia. Una storia lancinate, dolorosa, incredibile. Una storia affine all'eccidio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, ma assai meno nota. Una storia raccontata benissimo, di cui non si può non apprezzare la bellezza, nonostante sia una bellezza mortale.
E' la storia di due fratelli della famiglia Arslanian: Yerwant lascia l'Armenia da giovane per studiare a Venezia e poi rimane in Italia, a Padova, dove sposa una nobildonna insieme a cui genera due figli, uno dei quali è il padre di Antonia Arslan. Sempad rimane al villaggio natale dove ottiene il rispetto di chi ha un lavoro importante (Sempad è farmacista) e una famiglia ricca e ospitale, nonché rispettosa delle tradizioni. Proprio quando, dopo la morte del patriarca, Yerwant decide di andare a trovare il fratello e la famiglia, scoppia la guerra e comincia l'eccidio degli armeni maschi e la deportazione delle donne.

Dal romanzo è stato tratto un film (omonimo) diretto dai fratelli Taviani.

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Casino totale - Jean-Claude Izzo
martedì 8 luglio 2008
Casino totale - Jean-Claude Izzo





Autore: Jean-Claude Izzo Titolo: Casino totale Titolo Originale: Total Khéops Traduzione di: Barbara Ferri Editore/Anno: E/O, 2000 Pagine/Prezzo: 256, € 8,00

Con Manu e Ugo, iniziammo ad andarci verso i sedici anni. Ma senza ragazze. Era solo nostra. La nostra tana. Portavamo lì tutti i nostri tesori. Libri, dischi. Inventavamo il mondo. Come lo volevamo noi, nostra immagine e somiglianza. Abbiamo trascorso giornate intere a leggere le avventure di Ulisse. Poi, a notte fonda, seduti sugli scogli, silenziosi, sognavamo le sirene dalle folte capigliature che cantavano "tra gli scogli neri sfavillanti di schiuma bianca". E maledicevamo chi aveva ucciso le sirene.

Dopo, non eravamo più gli stessi. Eravamo diventati uomini. Disillusi e cinici. Un po' amari, anche. Non avevamo niente. Neanche il diploma. Nessun futuro. Solo la vita. Ma la vita senza futuro era meno di niente.

La trama è questa: Manu, Ugo e Fabio Montale si sono persi di vista, ma l'amicizia nata da adolescenti è rimasta, e anche l'amore per Lole. Quando Manu viene ammazzato da un killer pagato da un "gestore" della mafia marsigliese, Ugo, che ha lasciato Marsiglia molti anni prima, senza dire addio a Lole, torna per vendicarlo. Ci riesce, ma muore ucciso dalla polizia. A questo punto rimane solo Fabio Montale.

Montale è un poliziotto dolente, a metà strada tra un criminale e un assistente sociale. Che ha avuto molte donne, ma nessuna era quella giusta. Che oscilla tra il dovere amicale di vendicare Manu e Ugo e il ruolo di poliziotto, nemmeno di successo.

Ma la vera protagonista è Marsiglia, una città bellissima e crudele, dolce e violenta, crogiuolo di razze e di odio, piena di angoli e di persone da amare. La città in cui i falliti, incapaci di cambiare le regole del gioco, tentano di mettere in salvo chi ancora può essere salvato. In cui la violenza e l'odio imperano ma non riescono ad avere la meglio sull'umanità delle persone e sulle piccole cose che fanno la felicità:

Fuori, il sole mi inondò il viso. L'impressione di tornare alla vita. La vera vita. Dove la felicità è un insieme di piccoli fatti insignificanti. Un raggio di sole, un sorriso, la biancheria stesa a una finestra, un bambino che gioca a calcio con una scatola di conserva, un'aria di Vincent Scotto, un leggero colpo di vento sotto la gonna di una donna...

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La bambinaia francese - Bianca Pitzorno
giovedì 3 luglio 2008
La bambinaia francese - Bianca Pitzorno



Autore: Bianca Pitzorno Titolo: La bambinaia francese Editore/Anno: Mondadori, 2006 Pagine/Prezzo: 498, € 8,80


Bianza Pitzorno è una famosa autrice di libri per ragazzi, ma dispiace limitare a un pubblico ridotto la lettura di questo bel romanzo. La bambinaia francese nasce come rilettura del famosissimo classico inglese dell’Ottocento Jane Eyre (la mia recensione qui). Lo spunto consiste nella volontà di contestare a Charlotte Brontë due punti molto espliciti nella sua narrativa. La Brontë infatti esprime un’opinione negativa ‘sul carattere “falso, frivolo e superficiale” delle donne francesi e sugli adulti che si inteneriscono eccessivamente sull’infanzia’ (cit. dalla postfazione della Pitzorno al proprio romanzo). In qualità di estimatrice del carattere e della cultura francesi, nonchè ovviamente del mondo infantile, la Pitzorno riscrive la storia di Jane Eyre da parte della bambinaia francese di Adele Varens (la figlia naturale di Rochester) così come prima di lei Jean Rhys aveva riscritto la stessa storia dal punto di vista di Bertha Mason.

Contemporaneamente la Pitzorno ironizza sugli aspetti gotici presenti in Jane Eyre, utilizzano come controcanto la parodia gotica di Jane Austen, L’abbazia di Northanger, più volte citata nel romanzo, insieme a moltissimi altri protagonisti culturali dell’Ottocento francese e inglese. L’autrice approfitta dell’occasione per parlare diffusamente degli ideali rivoluzionari francesi, dell’importanza dell’istruzione per tutti e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, siano essi uomini o donne, bianchi o neri, nobili o schiavi.

La storia, ambientata negli anni ’30 dell’Ottocento, si svolge per una prima metà in Francia e successivamente in Inghilterra. Inizia con la piccola Sophie che, dopo essere rimasta orfana, rischia l’Ospizio di Mendicità ma viene salvata in extremis dalla ballerina Celine Varens che, dopo un in contro di pochi minuti, decide di prendersene cura. Sophie entra in casa Varens ufficialmente come aiuto cameriera per non irritare l’irascibile marito di Celine, Monsieur Edouard, che non ne condivide lo spirito libertario. In realtà la piccola viene trattata come una figlia e continua gli studi con il padrino di Celine, Cittadino Marchese, un nobile che nutre una profonda fede nell’uguaglianza di tutti.

Il collerico Monsieur Edouard altri non è se non Edward Fairfax di Rochester, qui descritto come un uomo crudele, bugiardo e fedifrago. La stessa Jane Eyre assume il carattere di una zitella inflessibile priva di trasporti affettuosi e totalmente incapace di riconoscere il vero carattere di Mister Edward. Chi ha amato i personaggi di Jane Eyre rimarrà probabilmente deluso da questa caratterizzazione, ma per gli splendidi personaggi francesi creati da Bianca Pitzorno vale assolutamente la pena di soffrire un po’.

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Brillante Weblog 2008
mercoledì 2 luglio 2008
Brillante Weblog 2008

Ritorno sul blog per ringraziare Isabelle Tostin della nomination al Brillante Weblog 2008! Troppo buona! ^_^

Il premio Brillante Weblog 2008 è attribuito a quei blog che si sono distinti per i contenuti o per l'estetica, con l'intento di promuoverli e incoraggiarne la diffusione virtuale.

Le regole sono queste:
1. Chi viene "nominato" deve scrivere un post sull'argomento, citando l'autore della nomina e indicando il link del suo blog.
2. Nominare a propria volta almeno 7 blog, indicandone nell'articolo i link e avvisando i loro gestori del premio.

3. Esibire, ma questo è facoltativo, il profilo-foto di chi ha nominato e di chi è stato nominato.

Queste sono le mie nomination (anche se ce ne sarebbero moltissimi altri):

1. Aries

2. Gruppo di Lettura

3. Isabelle Tostin

4. Elisaday

5. Harion

6. Immersioni Libridinose

7. Dimmi, cosa leggi?

Grazie a tutte queste persone per i bei momenti che mi hanno regalato attraverso le pagine dei loro blog!

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Persuasione - Jane Austen
giovedì 31 gennaio 2008
Persuasione - Jane Austen



Autore: Jane Austen Titolo: Persuasione Titolo Originale: Persuasion Traduzione: Fiorenzo Fantaccini Editore/Anno: Newton & Compton, 2006 Pagine/Prezzo: 215, € 5,00

Dopo il famosissimo Orgoglio e pregiudizio ho scelto la lettura di Persuasione grazie ad una Lettura Collettiva organizzata su Anobii (qui la discussione), anche se avevo già acquistato Emma, in coda di lettura da un po’. Persuasione è l’ultimo romanzo della Austen, e le differenze si vedono anche senza aver letto la sua intera produzione.

Persuasione è infatti la storia di una famiglia in decadenza composta da Sir Walter Elliot e dalle due figlie, la primogenita Elizabeth ed Anne, la protagonista. Contrariamente ad Orgoglio e pregiudizio, Persuasione non ci propone il classimo schema da bildungroman, ovvero un percorso di crescita della protagonista. All’inizio del romanzo Anne infatti ha ventisette anni, ed ha già vissuto un’esperienza formativa molto forte, ovvero in giovane età è stata persuasa dalla famiglia e dalla sua stessa ragione a rifiutare la proposta di matrimonio di un giovane marinaio che, pur essendo inadatto per posizione sociale e patrimonio, era molto innamorato di lei, che lo ricambiava. L’errore di Anne, che negli anni successivi ha continuato a soffrire per questo amore ormai perduto ma non dimenticato, le ha insegnato a rivalutare il suo diritto a decidere per se stessa, e a farlo non solo in base alla ragione, ma anche in base ai sentimenti, ovvero, come diremmo oggi, in base al suo istinto.

Nonostante questa presa di coscienza, Anne è completamente invisibile a Kellynch Hall, la bella tenuta di campagna dove vive con il padre e la sorella. Sir Walter, infatti, è un modello di padre totalmente negativo: la sua superficialità e la sua superbia lo portano a valutare positivamente solo la figlia Elizabeth, che unisce la posizione sociale alla bellezza, e che eguaglia il padre nella sua arroganza. La figlia minore, Mary, viene leggermente considerata solo perché è sposata, mentre Anne, ormai sfiorita e priva di marito, viene considerata una nullità nonostante sia l’unica persona ad avere un carattere positivo. In questo romanzo la Austen introduce quelli che sono i cambiamenti sociali più significativi del primo Ottocento, ovvero la contestazione dell’assoluta autorità paterna e familiare in genere, e l’introduzione di rapporti familiari che, basati più sull’affetto che sull’autorità, permettono l’autodeterminazione di tutti i componenti della famiglia.
Nel caso specifico Sir Walter non è solo spocchioso ma è totalmente incapace di vedere la realtà che lo circonda e di percepire le reali motivazioni dei comportamenti altrui. La sua superficialità, che gli permette di vedere nelle persone solo ciò che è associato ad una piacevole presenza fisica e alla posizione sociale, lo rende vittima compiacente di chiunque tenti di ingannarlo con l’adulazione o con le proprie qualità esteriori. La stessa superficialità che lo ha portato a dilapidare il patrimonio di famiglia al punto da dover affittare Kellynch Hall per andare a vivere nella poco dispendiosa ma estremamente mondana Bath.

Anne, che inizia il romanzo come persona non grata priva di voce e autodeterminazione, finisce con l’impostare la sua vita su un modello che potrebbe già chiamarsi proto-femminista, con un matrimonio basato sull’incontro di due persone che hanno i medesimi interessi (e in cui, molto originalmente, al marito è permesso di avere una posizione sociale più bassa della moglie). Oltre a questo, nel romanzo vediamo Anne chiaramente affascinata dai coniugi Croft, che reputa il suo ideale di coppia. I Croft hanno uno stile di vita che rivoluziona la settecentesca teoria della separazione delle sfere (che teorizza e mette in pratica l’idea che donne e uomini appartengano a due sfere differenti, quella della donna essendo la sfera privata, e quella dell’uomo la sfera pubblica): moglie e marito condividono tutto, la signora Croft smentisce l’idea delle donne come inadatte ad una vita poco raffinata e poco comoda, inoltre in alcuni punti sembra essere proprio lei a gestire la vita familiare più del marito, senza che questo, peraltro, crei problemi alla serenità dei due. Non solo, Anne riesce a riappropriarsi della sua vita, non solo contestando occasionalmente la gerarchia dei valori della sua famiglia, ma anche rivivendo l’episodio della “persuasione”: così come un tempo era stata l’amica di famiglia, Lady Russell, a persuadere Anne a rinunciare al suo pretendente, così ora la stessa Lady Russell cerca di convincerla ad accettare il nuovo pretendente (il cugino Elliot, colui che erediterà il patrimonio di famiglia e pertanto anche Kellynch Hall). Ma Anne è cambiata, non solo è maturata ma – dopo essere stata costretta alla prudenza nella prima gioventù – ha recuperato il valore dei sentimenti romantici (un altro segno tangibile del nuovo secolo) e riesce pertanto ad eludere i tentativi dell’amica. Il punto poi più alto della nuova capacità di espressione di Anne è nel suo dialogo con il Capitano Harville, al quale, pur non essendo direttamente interrogata, espone le sue idee sull’amore, che raggiungono inoltre un destinatario ben più importante di Harville e costituiscono non solo una dichiarazione di amore, ma anche una riflessione innovativa sul ruolo delle donne nella società. Non solo viene delineata la differente vita condotta dai due sessi, ma viene anche negata la presunta volubilità femminile, sulla base del fatto che gli uomini, dice Anne, hanno sempre avuto il vantaggio di raccontare la storia. Questo – per quanto ai nostri occhi sia ben poco – è il modo di Anne di porsi non più come oggetto passivo di una storia che si svolge, ma soggetto attivo nella sua esistenza.

Da questo punto di vita Persuasione si rivela un romanzo più rivoluzionario di quanto non sembri ad una prima occhiata, pur centrando la sua narrazione su un’eroina le cui virtù sono tipicamente femminili e non particolarmente innovative, e pur sistemandosi comodamente nella tradizione che porta la protagonista principale al matrimonio.

Oltre a questa lettura critica, per cui sono debitrice all’introduzione della mia edizione di Persuasione, scritta da Ornella De Zordo, il romanzo è godibilissimo per la capacità della Austen di creare un intreccio avvincente ed una galleria di personaggi ben delineati ed assolutamente credibili che si muovono sul consueto sfondo di meravigliose ville di campagna e in una Bath brulicante di umanità.

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posted by Roberta at 11.30 | Permalink 4 comments
Citazione
giovedì 24 gennaio 2008
"[...] Perchè appunto non aveva aspirato a tutto ciò, né l'aveva voluto, poiché il dominio non era per lui un bisogno, né il comando un divertimento, poiché amava assai più la contemplazione che l'azione e sarebbe stato ben felice di essere ancora per qualche anno, se non per tutta la vita, uno studioso nell'ombra, un curioso e devoto pellegrino attraverso i sacrari del passato, le cattedrali della musica, i giardini e le selve delle mitologie, delle lingue e delle idee."

Da Il giuoco delle perle di vetro, di Hermann Hesse.

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Novecento - Alessandro Baricco [Settimo Libro della Book to Movie Challenge]
venerdì 21 dicembre 2007
Novecento



Autore: Alessandro Baricco Titolo: Novecento Editore/Anno: Feltrinelli, 1994 Pagine/Prezzo: 62 pp., € 5,00

In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia… Tutta scritta addosso. Lui leggeva, e con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava… Ogni giorno aggiungeva un piccolo pezzo a quella immensa mappa che stava disegnandosi nella testa, immensa, la mappa del mondo, del mondo intero, da un capo all’altro, città enormi e angoli di bar, lunghi fiumi, pozzanghere, aerei, leoni, una mappa meravigliosa. Ci viaggiava sopra da dio, poi, mentre le dita gli scivolavano sui tasti, accarezzando le curve di un ragtime.

E’ veramente difficile valutare questo libro. Prima di tutto non è un romanzo, non è un racconto, non è neppure propriamente un testo teatrale a tutti gli effetti (parole dell’autore). Ma chiamiamolo monologo.
E’ un monologo che racconta la storia, inverosimile e surreale, di un pianista eccezionale che, nato su una nave, vi passerà l’intera vita. La trama è carina, con un’originale idea di partenza, breve abbastanza da non stancare, zuccherosa ma con delle punte di comicità, malinconica ma non troppo. Il linguaggio di Baricco (sebbene qui immensamente più accettabile rispetto al più recente Oceanomare) è il punto debole. I puntini di sospensione a iosa, il linguaggio estremamente colloquiale, le iperboli, metafore azzardate ed accostamenti di parole funambolici, le parolacce. Tutto sembra creato ad hoc per solleticare il gusto soprattutto degli adolescenti, che trovano adorabile qualsiasi cosa vada fuori dalla norma, perché sembra loro speciale.

Il problema è che, nonostante io preferisca sicuramente il film, questo monologo non mi è dispiaciuto affatto. Bisogna decidere se fare i puntigliosi a tutti i costi oppure se concedersi qualche innocente vizietto. Se gli antichi potevano far finta, grazie alla sospensione dell’incredulità, che un uomo barbuto fosse una deliziosa donzella, io posso far finta che i puntini di sospensione siano una ganzata e godermi la storia di Novecento.

P.S.: qualcuno su Anobii (pardon non ricordo il nome) ha accostato il linguaggio di Baricco in Novecento al linguaggio di Salinger ne Il giovane Holden…commenti?

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