
Autore: William M. Thackeray Titolo: La fiera delle vanità Titolo Originale: Vanity Fair Traduzione di: Anna Banti Editore/Anno: Newton & Compton, 2004 Pagine/Prezzo: 672, € 7,00
"Ah Vanitas Vanitatum! Chi di noi è felice in questo mondo? Chi di noi raggiunge quello che desiderava, o avendolo raggiunto, è soddisfatto? Venite, ragazzi, riponiamo baracca e burattini: la commedia è finita." [explicit]
Maestoso romanzo ottocentesco, originariamente pubblicato a puntate, riscosse un successo tale da spaventare l'allora incontrastato re dei romanzi a puntate, Charles Dickens. Un onnisciente e anonimo narratore ci racconta la Fiera delle Vanità, ovvero il bel mondo dell'Inghilterra post Napoleone, dove però l'ambientazione geografica e sociale è solo indicativa, in quanto pare che l'intera umanità appartenga alla favolosa Fiera.
Il racconto viene imperniato sulle vicissitudini di due ragazze che a inizio romanzo abbandonano insieme l'Istituto per Signorine di Miss Pinkerton, percorrendo fin da subito itinerari molto diversi: Amelia, giovane di buona famiglia, sta tornando a casa dopo l'istruzione d'obbligo mentre Rebecca, figlia di un artista squattrinato e di una ballerina francese (entrambi deceduti) sta lasciando l'Istituto dove ha lavorato come istitutrice diretta a una casa di signori, dove continuerà a svolgere lo stesso lavoro.
Mentre Amelia, di enorme buon cuore, dedicherà ossessivamente il suo amore prima al marito e poi al figlioletto, impedendosi di vedere qualunque cosa non abbia a che fare con loro, Rebecca non riesce ad affezionarsi a nessuno, nemmeno ai membri della propria famiglia, mentre utilizza tutte le sue - innumerevoli - risorse allo scopo di farsi introdurre nel bel mondo pur essendo di oscure origini e priva di qualsiasi fonte economica. Accanto a queste due eroine si muovono innumerevoli coprotagonisti o personaggi secondari che vengono straordinariamente ben delineati, anche grazie alla notevole mole del romanzo, dovuta, come spesso accade con questo genere di libri, alla pubblicazione a puntate.
Thackeray, che spesso si rivolge direttamente ai lettori, predica una morale alla rovescia, invitandoli ad eccellere nelle arti praticate dagli spregiudicati protagonisti del libro. La conclusione dell'autore è che il mondo è governato dall'avidità e dalla rincorsa al successo (senza che questi obiettivi, una volta raggiunti, possano essere fonte sicura di felicità) e che tutti vengono valutati esclusivamente in base alla propria nascita e alla quantità di denaro (o di sfoggio di denaro) posseduto. Gli stessi difetti e pregi vengono rovesciati a seconda dell'appetibilità sociale della persona a cui appartegono. Sono pochissimi i personaggi che si salvano, o che percorrono una strada di redenzione passando dalla superficialità all'onesto pentimento e al tentativo di recupero.
Come già notato da parecchi altri anobiani, la lettura di questo libro (anche se poderoso) si rivela particolarmente piacevole non solo per il linguaggio fluente e per una trama ricca di colpi di scena, ma anche per la sua incredibile attualità. Escluso forse il merito di nascita, tutti gli altri valori negativi che vengono sfoggiati alla Fiera delle Vanità sono ancora attualissimi, e per questo il romanzo continua a rivestire una particolare importanza per il lettore.
Unico neo: spesso e volentieri i personaggi marginali si rifanno a personaggi noti all'epoca dello scrittore. Ovviamente, pur essendo ferratissimo in storia, il lettore attuale perde quel senso del "gossip" che sicuramente provava il lettore a puntate contemporaneo di Thackeray.
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