"...I have always loved to use fear, to take it and comprehend it and make it work and consolidate a situation where I was afraid and take it whole and work from there...I delight in what I fear." -- from an unsent letter to poet Howard Nemerov by Shirley Jackson
Explaining just what I had hoped the story to say is very difficult. I suppose, I hoped, by setting a particularly brutal ancient rite in the present and in my own village to shock the story's readers with a graphic dramatization of the pointless violence and general inhumanity in their own lives. [fonte:qui]Nonostante la reticenza della Jackson a rilasciare interviste o a spiegare in qualche modo la sua produzione, è evidente che lei stessa riteneva di aver voluto convogliare qualcosa di significativo. Nell’ottimistica America post-bellica i lettori della storia furono scioccati dallo smantellamento dei loro valori e della tradizione americana. Alcuni pensarono addirittura che la scrittrice si fosse basata su un evento realmente accaduto (lotterie “normali” venivano all’epoca tenuto praticamente in ogni piccola cittadina americana). La reazione dei lettori colpì duramente la Jackson:
E’ molto difficile spiegare che cosa speravo di raccontare con questa storia. Penso di aver sperato, ambientando un antico rituale particolarmente violento nel presente e nel mio stesso paese, di scioccare i lettori della storia tramite una vivida drammatizzazione dell’assurda violenza e della generale disumanità insita nelle loro stesse vite. [mia grezza traduzione]
One of the most terrifying aspects of publishing stories and books is the realization that they are going to be read, and read by strangers. I had never fully realized this before, although I had of course in my imagination dwelt lovingly upon the thought of the millions and millions of people who were going to be uplifted and enriched and delighted by the stories I wrote. It had simply never occurred to me that these the millions and millions of people might be so far from being uplifted that they would sit down and write me letters I was downright scared to open; of the three-hundred-odd letters that I received that summer I can count only thirteen that spoke kindly to me, and they were mostly from friends. Even my mother scolded me: "Dad and I did not care at all for your story in The New Yorker," she wrote sternly; "it does seem, dear, that this gloomy kind of story is what all you young people think about these days. Why don't you write something to cheer people up?" [fonte:qui]
Uno degli aspetti più spaventosi del pubblicare racconti e libri è la realizzazione che verranno letti, e che verranno letti da degli estranei. Non l’avevo mai veramente realizzato prima, anche se certamente nella mia immaginazione mi era capitato di fantasticare piacevolmente sui milioni e milioni di persone che sarebbero stati rasserenati e arricchiti e resi felici dalle storie che scrivevo. Semplicemente non mi era mai venuto in mente che questi milioni e milioni di persone potessero essere così lontani dall’essere rasserenati al punto da sedersi e scrivermi delle lettere che ero troppo spaventata per aprire; delle circa trecento lettere che ricevetti quell’estate solo quindici erano gentili, e per la maggior parte provenivano da amici. Persino mia madre mi rimproverò: “A me e a Papà non interessa per niente della tua storia sul New Yorker,” mi scrisse severamente; “sembrerebbe, cara, che di questi giorni questo deprimente tipo di storie sia tutto ciò a cui pensate voi giovani. Perché non scrivi qualcosa che tiri su il morale alla gente?” [mia sbrigativa traduzione]
La reazione dei lettori intrigò la Jackson:
Curiously, there are three main themes which dominate the letters of that first summer—three themes which might be identified as bewilderment, speculation and plain old-fashioned abuse. In the years since then, during which the story has been anthologized, dramatized, televised, and even—in one completely mystifying transformation—made into a ballet, the tenor of letters I receive has changed. I am addressed more politely, as a rule, and the letters largely confine themselves to questions like what does this story mean? The general tone of the early letters, however, was a kind of wide-eyed, shocked innocence. People at first were not so much concerned with what the story meant; what they wanted to know was where these lotteries were held, and whether they could go there and watch. [fonte:qui]
Curiosamente, ci sono tre tematiche principali che dominano le lettere di quella prima estate – tre tematiche che possono essere identificate con stupore, speculazione e i semplici maltrattamenti di vecchio stampo. Negli anni successivi, durante i quali la storia fu antologicizzata, drammatizzata, trasmessa in televisione e persino – in una trasformazione del tutto ingannevole – ridotta per un balletto, il tenore delle lettere che ho ricevuto è cambiato. Normalmente sono più educate, e in gran parte si riducono a domande come “cosa significa questa storia?”. Il tono generale delle prime lettere però era di un’innocenza scioccata. Inizialmente le persone non si preoccupavano granché del significato della storia; quello che volevano sapere era dove si tenevano queste lotterie, e se potevano andarci e guardare. [mia brutta traduzione]
Nel 1984 La lotteria divenne uno dei libri più frequentemente proibiti nelle scuole e nelle biblioteche americane. Qui trovate un saggio (in inglese) di Peter Kosenko, nel quale si ipotizza che il racconto della Jackson fosse particolarmente sovversivo, e tentasse di screditare l’ordine costituito.
Il netto rifiuto della Jackson di fornire una penetrazione nei suoi circuiti mentali, o anche solo una biografia ragionata, si evince da questo ironico paragrafo (che mi appare come una miscela sarcastica di falsa modestia e rancoroso snobismo):
I very much dislike writing about myself or my work, and when pressed for autobiographical material can only give a bare chronological outline which contains, naturally, no pertinent facts. I was born in San Francisco in 1919 and spent most of my early life in California. I was married in 1940 to Stanley Edgar Hyman, critic and numismatist, and we live in Vermont, in a quiet rural community with fine scenery and comfortably far away from city life. Our major exports are books and children, both of which we produce in abundance. The children are Laurence, Joanne, Sarah and Barry: my books include three novels, The Road Through The Wall, Hangsaman, The Bird's Nest and a collection of short stories, The Lottery. Life Among the Savages is a disrespectful memoir of my children. [fonte:qui]
Mi dispiace molto scrivere di me stessa o del mio lavoro e quando sono messa sotto pressione per del materiale autobiografico posso solo fornire un semplice profilo cronologico, ovviamente privo di fatti pertinenti. Sono nata a San Francisco nel 1919 e ho passato la maggior parte della mia infanzia in California. Nel 1940 ho sposato Stanley Edgar Hyman, critico e numismatico, e viviamo nel Vermont, in una tranquilla comunità rurale fornita di piacevoli scenari e piacevolmente lontana dalla vita cittadina. Le nostre maggiori esportazioni sono libri e bambini, ne produciamo in abbondanza. I bambini sono Laurence, Joanne, Sarah e Barry: i miei libri includono tre romanzi, The Road Through The Wall, Hangsaman, The Bird’s Nest e una raccolta di racconti, La lotteria. Vita fra i selvaggi è in irrispettosa memoria dei miei figli.
Nel suo articolo “Monstruous Acts and Little Murders” Jonathan Lethem ricorda la cittadina North Bennington nel Vermont, dove lui stesso è vissuto, così come Shirley Jackson. Questa cittadina sembra aver costituito (abbastanza logicamente) lo spunto per il racconto “La lotteria”. La Jackson visse lì per tutta la sua vita, “raising four children, presiding over a chaotic household that was host to Ralph Ellison, Bernard Malamud and Howard Nemerov, and at times going quietly crazy — and writing, always, with the rigor of one who has found her born task. Six novels, two bestselling volumes of deceptively sunny family memoirs and countless stories before her death at 48, in 1965.” [fonte:qui] (allevando quattro bambini, governando una caotica proprietà che ospitava Ralph Ellison, Bernard Malamud e Howard Nemerov, e a volte impazzendo quietamente – e scrivendo, sempre, con il rigore di chi ha trovato il suo innato compito. Sei romanzi, due famosi volumi di ricordi familiari ingannevolmente solari ed innumerevoli racconti prima della sua morte a 48 anni, nel 1965.)
Lethem descrive la Jackson come una donna dalla personalità sdoppiata: da una parte un brutto anatroccolo segnato dalla severità della madre borghese ed ossessionata dalle apparenze, una ragazza timida dall’identità incerta, dall’altra un’esplosiva anticonformista portata allo scoperto dal matrimonio con Hyman e dallo shock della maternità. Una Jackson dedita all’alcool, al fumo, ad eccessi alimentari. Questo lato della sua personalità, occasionalmente rivolto anche ai suoi compaesani specialmente quando i suoi figli erano coinvolti, la rese a tratti oggetto di risentimento in città. Nella sua vita soffrì di varie malattie psicosomatiche e di problemi mentali che, insiemi ai vizi che coltivava abbondantemente, influirono sicuramente sulla sua morte prematura.
Sicuramente Shirley Jackson era un’anomalia per gli anni Cinquanta, anni in cui le donne, pur dopo studi superiori, una volta sposate non concepivano nemmeno l’idea di lavorare, che le raggiunse più tardi semmai, con i figli ormai adulti ed un background sociale già molto diverso. La Jackson era una scrittrice professionista e doveva anche badare alla casa e a quattro figli rumorosi ed esigenti, ai quali provvedeva in modo affettuoso ma spesso imprevedibile. La maternità non era una dimensione facile per lei, specialmente in un mondo in cui la donna era associata solo ed esclusivamente ad essa:
I took my coffee into the dining room and settled down with the morning paper. A woman in New York had had twins in a taxi. A woman in Ohio had just had her seventeenth child. A twelve-year-old girl in Mexico had given birth to a thirteen-pound boy. The lead article on the woman's page was about how to adjust the older child to the new baby. I finally found an account of an axe murder on page seventeen, and held my coffee cup up to my face to see if the steam might revive me. Life Among the Savages Shirley Jackson, 1953 [fonte: qui]
Questo sovrapporsi di ruoli e di personalità contribuì sicuramente alla stesura dei suoi racconti, che spesso terrorizzano popolando il razionale di irrazionalità, e diffondendo cose aliene in scenari familiari. Lo stesso paese del New England dove viveva era oggetto di emozioni ambivalenti: il rispetto per il carattere locale, essenziale, senza tempo e rispettoso della privacy veniva a contrapporsi al suo disgusto nei confronti della classica chiusura mentale di provincia e dei conseguenti pregiudizi. [fonte: qui] Tutto questo contribuì a far nascere una scrittrice straordinaria, sfortunatamente non molto considerata in italia (troverete solo la raccolta La lotteria e il romanzo gotico L'incubo di Hill House, peraltro raccomandatissimo da Stephen King).Portai il mio caffè in salotto e mi sistemai con il giornale del mattino. Una donna a New York aveva avuto dei gemelli in un taxi. Una donna in Ohio aveva appena avuto il suo diciassettesimo figlio. Una ragazza di dodici anni in Messico aveva dato alla luce un bambino di sei chili. L’articolo principale della pagina femminile parlava di come abituare il figlio più vecchio al nuovo fratellino. Finalmente trovai il resoconto di un omicidio con un’ascia a pagina diciassette, e portai la mia tazza di caffè al viso per vedere se il vapore poteva rianimarmi. Vita fra i selvaggi Shirley Jackson, 1953 [mia traduzione]

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